FEAR”

Cormac McCarthy* qualche hanno fa ha scritto un piccolo gioiello della lettura d’oltreoceano, un romanzo ben scritto, senza troppe pretese linguistiche, con una trama lineare e una lunghezza tale da poter essere letto durante un viaggio di media durata.

Il tema, quanto più misterioso nell’incipit, diventa man mano, nello scorrere del libercolo, lampante agli occhi e alle menti affamate di chi con bramosia cerca delle risposte, e perché no, delle soluzioni, sul nascere della storia.

Davide Binello procede con la stessa delicata regia nel presentare per la prima volta i 6 inediti video intitolati “FEAR”. Di breve durata ma di impatto tagliente, gli episodi, trasmettono con caparbia lucidità l’angoscia derivante da un’ennesima, e sistematica, catastrofe ambientale. Pur rinnegando una narrazione lineare, i video, osservati in una sequenza accattivante e misteriosa, generano una sinfonia criptica e attraente allo stesso tempo, tale da trasmettere l’impressione di far parte dello stesso film.

Lo scenario, degno del migliore teatro dell’assurdo, e le azioni minime, che sul finire della serie assumono forme e sapori universali, catapultano lo spettatore in una dimensione meta-reale che, epurata da ogni vezzo estetico e da distrazioni ausiliarie, diventa puro sentimento.

I disastri ecologici generati dalle guerre, dagli incidenti industriali, dall’incauta mano di chi sempre vuole ottenere a scapito delle conseguenze, portano l’artista a visioni premonitrici non troppo lontane dall’immaginario che la letteratura o il cinema hanno più volte anticipato.

L’installazione site specific dell’opera video è completata dalla presenza di due figure maschili, manichini che, idealmente usciti dallo schermo, si stagliano come guardiani e testimoni all’ingresso e alla fine di un percorso aperto.

Sedotto da una atmosfera sottile, dal ritmo alienante di un tintinnio prima (drammatica memoria delle radiazioni percepite presso l’impianto nucleare di Fukushima dopo la disgrazia nucleare) e da una musica straziante dopo, lo spettatore è abbandonato ad affrontare il proprio mondo emotivo facendo i conti con la propria coscienza.

* Cormac McCarthy, La strada, Einaudi, 2007, (vincitore James Tait Black Memorial Award 2006 e Pulitzer Prize for Fiction 2007)

Monica Trigona



Il cosmo e la vigna di Davide Binello: sequenze cosmiche come preziosi enunciati artistici wittgensteiniani

I. Il cosmo e la vigna

Il cosmo pittorico e la vigna pittorica di Davide Binello sono tutt’uno benché, in questa scrittura, mi dovrò limitare alle sole rappresentazioni cosmiche. Meritano attenzione, eguale attenzione, non solo per la loro indicibile poesia e delicatezza ma anche per la loro problematicità attualissima e pungente. È – debbo confessare (e esprimere così il mio debito nei confronti della giovane e brillante collega) – grazie a Monica Trigona che ho potuto farne la scoperta, intendo dire: fare la scoperta di quest’artista appartato. Una scoperta che si è rivelata essere tanto inaspettata quanto rivelatrice, ricca di valori, di sapori e dunque di saperi, per dirla con Roland Barthes. Perché Binello è artista più che appartato, silente e certo difficile da intercettare e raggiungere. È artista segreto, che fugge – letteralmente: fugge e si sottrae – di fronte all’attuale cronaca artistica italiana, eludendo programmaticamente, dunque non solo perché schivo ma anche per volontario rifiuto, per palese repulsione, talune trame fin troppo scontate e compromesse dell’odierno sistema dell’arte contemporanea d’Italia.
Il suo cosmo pittorico ha radici remote tanto quanto la vigna che, in questo caso più unico che raro, è duplice: da un lato essa è una magnifica metafora e rappresenta, soprattutto quand’è tradotta in opere d’arte, tutta la tradizione greco-latina, le nostre stesse radici storico-culturali insomma, con il suo carico di saggezza, con i suoi rituali emblematici e ne richiama infine, evocandone la memoria mitopoietica, l’esordio stesso della pittura quale ci viene tramandato dai filosofi greci; dall’altro lato invece questa vigna è piuttosto una realtà fattuale che produce dell’ottimo vino di nicchia, curato con passione e competenza inusuale dall’artista che in essa ritrova lo scorrere del tempo antico e delle passate stagioni, l’incontro sempre delicato con la luna e l’altre stelle. E si badi che le allusioni linguistiche testé fatte all’universo mondo galileiano hanno ampia ragion d’essere, come vedremo immediatamente.
Perché Davide Binello è artista a tutto campo, sia quando dipinge sia quando produce il suo vino. La vigna è il “pensatoio” di Binello, il luogo di meditazione e di osservazione della volta celeste dell’artista, e al tempo stesso dell’incontro con la terra e con la natura ch’egli egualmente ama. La sua vigna è il luogo di elezione in cui egli si rifugia prima di por mano ai suoi enti artistici, siano essi vigneti o cosmogonie.
Davide Binello – vale la pena annotare il fatto di cronaca – realizza per lo più i suoi enti in un singolare capanno costruito con le sue stesse mani dietro casa, ma talvolta realizza le sue opere proprio fra le amate viti. Sino esse focalizzate sul vitigno o sullo spicchio di cielo che lo sovrasta. E così quella sua propensione universale che lo induce tanto spesso alla rappresentazione dell’universo mondo, direbbe Vico, e che lo ha sollecitato a studiare la storia della nobile arte della viticultura intrecciandola a quella della cosmogonia e della osservazione e misurazione delle stelle, poniamo, dal tempo delle primeve osservazioni scientifiche effettuate millenni or sono nel bacino dell’Indo, in Egitto, nel delta sumero, trova immediato riscontro e anzi pieno rispecchiamento nella sua stessa arte. E motivazioni profonde in essa.
Trova qui, difatti, sia gli esiti della viticultura che quelli della cosmogonia, radici e frutti sia metaforici che reali, declinati in rappresentazioni raccolte, calcolate, ritmiche e al fondo dotate d’una loro sommessa poesia. E guadagna infine, ricavandolo in parte proprio dall’attaccamento ai vitigni, dall’opera lenta e incessante del viticultore che si fa anche, al di là della passione e della conoscenza che la anima, sforzo di comunicare-diffondere un particolare filosofare, un particolarissimo modo di intendere il mondo naturale e le sue leggi, l’intero cosmo colto attraverso un altro vedere capire e assaporare ogni cosa. Un esito quest’ultimo che trova infine riscontro proprio nel delicato “mestiere” dell’artista.

II. Enunciati artistici wittgesteiniani: le sequenze cosmiche

Posso affermarlo dopo aver preso attenta visione dei suoi enti, di queste sue opere per lo più in bianco e nero che costruiscono porzioni d’Universo, con sue costellazioni (evocanti, alla lontana, le note Costellazioni di Joan Mirò, per non fare che un nome fra i possibili referenti del nostro), i suoi buchi neri, le sue dense galassie e che sono animati da tracciati geometrici e liberi, da spazi misurabili e al tempo stesso fantastici. Queste cosmogonie di Binello articolano trame geometriche puntuali entro cui esplodono grumi d’anarchia cromatico-materica come accadde con Spazialisti e Nuclearisti, e massime con il lavoro pionieristico di Lucio Fontana ancora negli anni quaranta-cinquanta del XX secolo, per non dire di quello reiterante forme conchiuse di Capogrossi, il primo Burri e pochi altri. Vi è anche, va aggiunto a mezza voce, un qualche richiamo ancor più sottile all’Espressionismo astratto di Pollock, persino, sia pure ancor più alla distanza, a cert’arte afigurale e materico-lirica di Newman e d’altri artisti americani, ma filtrati e metabolizzati e tenuti a debita distanza assai più che non gli antefatti italiani.
Sono tutti richiami voluti, cercati puntualmente da Binello, naturalmente, ancorché sottotraccia, volutamente velati e distanziati nell’urgenza di un ricominciamento, di un’attualizzazione che divarica rispetto a questi pur alti modelli e declina verso tutto un altro progettare, sentire e operare. Si tratta, per Davide Binello, di un’attualizzazione che si concreta in una scientificità affatto estranea a quegli antecedenti, qui affidata, va precisato, ai ludi geometrici che compongono l’ordito su cui si va dispiegando una composizione che potrei paragonare a una sonata scandita da pause e ritmi cadenzati e sciolti, simmetrici o dissimetrici, costrutti in ogni caso nel rigore di equilibri percettivi (di cui han scritto infinitamente sia Gombrich sia Arnheim) o, all’opposto, improvvisamente privi d’ogni logica e piuttosto animati da improvvisazioni jazzistiche o peggio ancora, posseduti da un vento di tempesta.  
Davide Binello, è un artista a mio avviso davvero interessante ed unico proprio nei termini in cui egli realizza queste sue cosmogonie. Raffigurazioni cosmiche che dunque manifestano in sé una complessità impensabile di primo acchito, che mostrano in sé una semplicità o spontaneità disarmante di primo acchito e al tempo stesso, sono audaci invenzioni. A saper vedere (per dirla evocando un magnifico saggio dei primi anni trenta di Matteo Marangoni), Binello compie un’operazione assai raffinata, con l’acume e la delicatezza del viticultore. Parrebbe infatti curare con tutta la dedizione e la passione consapevole del viticultore queste metonimie cosmiche; parrebbe dare sostanza e corpo artistico, attraverso queste sue singolari cosmogonie, ad un filosofare affatto unico. Meglio ancora: vi è un atto cognitivo in questi suoi elaborati che si lascia alimentare da cert’impulso lirico e contemplativo senza scivolare nell’irrazionale. Poiché anche il gesto più incontrollato e impulsivo od anarchico è, qui, motivato e frutto di un pensiero e di una conoscenza cosmologica profonda.
Di pari, dunque, al gesto semplice e diretto del viticultore che pota senza errore la vite eliminandone i butti negativi, rafforzando il grappolo destinato alla vendemmia con apparente spontaneità, l’artista getta i suoi spessori materici, traccia le sue linee cosmiche, misura con l’occhio e la mano ogni dettaglio della rappresentazione.
In altre parole, sarei tentato di affermare che Davide Binello in queste cosmogonie pittoriche in bianco e nero per impulso della lezione senza tempo di Galileo sembra dare immagine ad alcune proposizioni di un filosofo fra i maggiori del ‘900, Ludwig Wittgenstein. Quest’ultimo, nel suo
Tractatus logico-philosofico (rimasto inedito fino al 1921 e da allora oggetto di reiterati studi) strutturato per proposizioni gerarchiche, argomenta: “L’immagine è un fatto” (2.141); “Essa è come un metro apposto alla realtà” (2.1521). E ancora: “Il fatto, per essere immagine, deve avere qualcosa in comune con il raffigurato” (2.16). Pertanto, è verosimile condividere: “Ciò che l’immagine deve avere in comune con la realtà, per poterla raffigurare – correttamente o falsamente – nel proprio modo, è la forma di raffigurazione propria dell’immagine”.
Galileianamente Binello compie studi e osservazioni celesti e ne trae immagini nel rispetto di quanto testé enunciato dando forma a queste sue sequenze cosmiche. Sennonché, “L’immagine rappresenta il suo oggetto dal di fuori (suo punto di vista è la sua forma e rappresentazione), perciò l’immagine rappresenta il suo oggetto correttamente o falsamente” (2.173), ricorda Wittgestein, ragione per cui si deve dare campo ai modi in cui il suo costruttore, Davide Binello, crea quest’immagine cosmica reiterandola in sequenze diseguali, raccogliendola entro formati differenti, ma mantenendo sempre un ritmo, un timbro narrativo che corrisponde, in qualche modo, a un canto mitopoietico.
Egli sa bene, quanto il filosofo, che “L’immagine non può, tuttavia, porsi fuori della propria forma di rappresentazione”. (2.174) Pertanto, Binello ha elaborato, nel tempo, per via sperimentale e da autodidatta, un proprio “fare” e ha messo a punto una propria “forma” ad esso congruente e anzi correlata e finalmente, con gli ultimi enti, ha saputo costruire la propria inimitabile “forma di rappresentazione”. Ma non basta. Se è vero che “Ogni immagine è
anche un’immagine logica. (Invece, ad esempio, non ogni immagine è un’immagine spaziale)”. (2.182) ecco che si dovrà riflettere ulteriormente proprio in merito allo spazio ch’è insito in questi enti, in queste sequenze cosmiche di Davide Binello, in queste sue cosmogonie in bianco e nero: uno spazio non solo visivo ma anche sonoro, poiché in esse si coglie un afflato musicale. È inoltre vero, naturalmente, che “L’immagine logica può raffigurare il mondo” (2.19) e che “L’immagine ha in comune con il raffigurato la forma logica di raffigurazione” (2.2), ma è altrettanto vero che queste immagini di Binello rappresentano, per dirla sempre con Wittgestein, “una possibile situazione nello spazio logico” (2.202). E poco importa se esse ne danno una rappresentazione vera o falsa, poiché ne danno una concreta rappresentazione in sé corretta, rispettosa cioè delle proprie regole e modalità attuative.
Il richiamo wittgesteineiano sta tutto in questo e nell’esito ultimo offerto dalle opere: non un’accidentale od irrazionale ed  emotiva immagine superficiale dell’universo mondo ma piuttosto una sua costruzione logica che, in quanto tale, è anche armonica e dunque cosmogonica in senso proprio e ne costituisce un autentico atto cognitivo o sapienziale. Dunque, l’artista si fa filosofo ed educatore? E ancora, ogni sequenza di tale cosmogonia per immagini è ammantata d’una sua esplicita liricità o poeticità emanata non solo da un pensiero, da un fare cosciente intriso di conoscenza ma anche da un sentire che è foriero di un sentimento, giacché l’artista è sollecitato dalla conoscenza ed è guidato, nel proprio “fare”, dal duplice funtore della logica e della tenerezza.

Rolando Bellini



QUINTESSENZIATO DIRE PER DAVIDE BINELLO.


In qualità di intrigante facitore estetico, evidenzia uno spessore propositivo attenzionalmente compitato onde trovare la scaturigine di fantasmatici “cieli” afferenti allo schiodinamento della realistica, costringitoria bassura del soffrimento esistenziale; artatamente dicotomica in virtù di un “fare d’incanto”, moltamente connubbiato con silenti, equanimi stati d’animo, asimbiotici con il rumorismo oggidiano e parimenti con i disvirtuali, modaioli esibizionisti che recitano il loro “ farearte” verniciando la merda.
E con l’avallo del “dictat” critico.
Che tempi!

antoniocarena



"STARS"

STARS” è la prima mostra di Davide Binello dedicata interamente alle stelle del cinema e della musica.
Il cosmo, da sempre tema pregnante delle sue composizioni pittoriche e installative, si rapporta in questa sede con icone più o meno contemporanee. Tale omaggio è reso attraverso ombre, immagini retiniche, ricordi tanto chiari nella memoria collettiva quanto contaminati nella memoria individuale. 
Ciò che rimane impresso sulla tela sono contorni, tratti salienti, "topoi" che la retina dell'occhio umano ha la capacità di trattenere per qualche frazione di secondo, anche dopo che l'immagine stessa non è più visibile.
Di conseguenza, i personaggi rappresentati non sono più reali ma solo vaghi ricordi della nostra memoria.
Riconoscere i personaggi di Davide Binello non è immediato, l'artista chiede infatti allo spettatore un attimo di contemplazione per capire chi si cela dietro le sue "ombre".  L'occhio e la mente devono lavorare per capire chi è il personaggio rappresentato.
Le STARS, riprodotte innumerevoli volte in gadgets, posters, oggetti di uso comune ma anche vere opere d'arte, in fondo appartengono al subconscio di ognuno di noi, anche di chi non le ha mai viste.
Veri o fasulli miti del loro tempo, hanno perso a poco a poco la loro unicità per diventare simboli di un mondo patinato e impalpabile che non si può toccare, come non si può toccare il cosmo, oggetti unicamente di contemplazione.
D'altronde l'immagine delle stelle che vediamo non è altro che la proiezione nel tempo di un segnale luminoso partito milioni di anni fa  giunto solo ora al nostro occhio, in pratica un ricordo.
Significativa  in tal senso è l'immagine di Wendy Torrance, la moglie perseguitata dal marito, Jack Nicholson ormai impazzito, di "Shining".
Se da una parte infatti ci rammenti il terrore altalenante della pellicola, dall'altra mostra come un messaggio, seppur drammatico, possa rendere immortali.

Monica Trigona



La pittura astrale di Davide Binello

«La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto.»

Partendo da questo assunto, di picassiana memoria, Davide Binello prende il pennello in mano e ci parla del cosmo, il suo cosmo, dove le categorie dello spazio e del tempo perdono consistenza mentre le profondità siderali e i fenomeni celesti rappresentano i delicati processi di acquisizione e apprendimento umano. 
I suoi racconti cosmici consentono allo sguardo di perdersi immergendosi a poco a poco in una fantastica rete di linee rette che si dipanano talora su superfici morbide e levigate, talora su superfici rugose e butterate. Le une riproducono la fase di vita di una stella, dall’ammassamento dei gas cosmici fino alla sua fase finale con l’esplosione della supernova, le altre il rosso magma vulcanico, le solfatare che sbuffano, le periodiche eruzioni di gas dei geyser.
Il gesto enfatizzato nega in modo esplicito ogni forma e con essa la conoscenza razionale che ne deriva, ma questo ha poca importanza: le passioni, le ansie e le paure devono pertanto essere espresse nel modo più libero, spontaneo e violento possibile.
Forme organiche di difficile classificazione acquistano loro malgrado consistenza e oggetti dalla natura misteriosa si alternano in composizioni dall’estetica fortemente vitalistica, accentuata da un olio opulento e materico. In questo continuo fiorire di forme e colori, segni e gesti, schizzi ed evoluzioni voluttuose, non si può far a meno di pensare all’arte come generatrice di infinite possibilità.

Monica Trigona